La Storia

6. LE MINIERE

La principale fonte di lavoro per gli arburesi è stata per oltre un secolo l’attività mineraria di Ingurtosu e Montevecchio.

6.1. Ingurtosu dislocazione e comunità operaia

Ingurtosu è una frazione del comune di Arbus, distante da esso circa 10 Km. Quando si parla di Ingurtosu, si intendono anche gli agglomerati di Naracauli, Gennamari, Bau, Pitzinurri e Bidderdi, dislocati nel territorio e distanti pochi chilometri l’uno dall’altro. In queste località si svolgeva la vita lavorativa e sociale della frazione mineraria.

La sua storia  relativamente recente e piuttosto breve, è però di grande importanza per il ruolo che il centro minerario ha avuto nello sviluppo industriale della Sardegna.

Questa frazione sorge nella vallata denominata “delle Anime”[1], ove si estraeva galena e blenda, minerali dai quali si ricava piombo e zinco.

E’ da rilevare anche l’importanza dal punto di vista sociologico, infatti la frazione è stata popolata da persone provenienti da diverse parti d’Italia e da paesi di tutta la Sardegna, mentre la classe dirigente ha visto francesi, Inglesi, tecnici tedeschi ed anche olandesi[2], ognuno portava con sé la propria cultura, che andava a mescolarsi con quella degli altri, dando origine in questo modo a una popolazione a sé stante, differente da quella degli altri paesi del circondario.

La popolazione ingurtosina viveva in un “mondo chiuso”, dove i rapporti con l’esterno erano alquanto limitati; infatti a tutto provvedeva la Società Mineraria, dall’ospedale alla costruzione degli alloggi, sia per la classe dirigente che per la massa operaia, all’acquedotto, alla viabilità, ai locali scolastici, alla colonia marina per i ragazzi, alla tipografia, all’approvvigionamento dei generi alimentari, alla panificazione ecc.

Insomma, l’unica preoccupazione che aveva il minatore era quella di estrarre il minerale, percepire il salario che poi in buona parte riversava alla Società Mineraria proprietaria dei magazzini viveri, chiamati comunemente “Cantina”. In queste cantine  il minatore trovava tutto quanto poteva occorrergli, dai viveri al vestiario, dagli stivali in gomma all’indispensabile lampada per lavorare nell’oscurità delle gallerie. Ancor oggi lo spiazzo antistante l’ex spaccio viene denominato col toponimo “piazza Cantina”.

La vita del minatore era particolarmente dura e faticosa: se non si aveva un fisico robusto, si moriva intorno ai quaranta - cinquant’anni, coi polmoni lesionati dal silice.[3]

Per migliorare le proprie condizioni di lavoro, la massa operaia ricorreva agli scioperi. [4]

Oggi Ingurtosu conta meno di 20 abitanti residenti, mentre negli anni 50 erano diverse migliaia: funzionavano l’ospedale, l’ufficio postale, la stazione dei carabinieri, la scuola elementare ed un distaccamento dell’ufficio comunale che registrava nascite e decessi. Con la cessazione dell’attività estrattiva avvenuta negli anni 60 Ingurtosu si è spopolata, le famiglie sono tornate ai paesi d’origine lasciandosi alle spalle un villaggio fantasma.

In questo contesto storico e sociale venne edificata la chiesa di santa Barbara: i lavori iniziarono nel 1914 e  fu inaugurata nel 1916.

6.2 Storia delle Miniere di Gennamari – Ingurtosu

L’estrazione della galena risale a circa il 1600: il 14 dicembre 1628 il Procuratore Reale  concedeva  di scavare miniere in Arbus a Giacomo Esquirro.

Tale concessione fu accordata il 20 dicembre 1691 a don Antonio Michele Olives e nel 1729 alla Società “Nieddu e Durante” per un periodo di 20 anni. La concessione passò poi alla compagnia Mandel. Nel 1759 le miniere passarono sotto la gestione governativa, la direzione fu assunta dall’ingegnere minerario Cav. Pietro Belly. L’estrazione del minerale non sempre consentì alle varie società che la gestivano di fare buoni affari. Tant’è che l’attività estrattiva venne più volte sospesa.

Cambiarono i dirigenti e le Società, ma fino al 1825 la produzione rimase limitata.

Si dice che la miniera di Ingurtosu sia stata riscoperta e rivalutata da un fabbro di Arbus nel 1829.[5] Nel 1853 il permesso di estrazione venne accordato ai liguri Marco e Luigi Calvo, che venderanno le miniere nel 1857 alla società francese “Sociétè Civile des Mines d’Ingurtosu et Gennamari”, della quale era presidente Luigi Talabot, di Parigi.

La Società francese nominò nel 1860 Presidente del Consiglio d’Amministrazione il tedesco ing. Bormemann; ingegnere capo era Leone Gouin, direttore della miniera di Gennamari era il marchese di Gessè Charleval, mentre vice direttore di Ingurtosu era l’Ing. Fabre.

I tecnici che seguivano i lavori erano in maggior parte tedeschi provenienti dall’Accademia Montanistica di Freiberg,[6] ma anche francesi ed inglesi, che hanno lasciato la loro impronta nelle costruzioni importando stili architettonici dei lori paesi. Un chiaro esempio è dato dal palazzo della direzione (conosciuto come castello),  realizzato con murature in pietra e blocchi squadrati di granito.

Nelle facciate si aprono splendide bifore con colonnine e archi a tutto sesto in granito.

Sempre in granito sono i cornicioni decorati in stile neogotico. Nella facciata rivolta ad Est fanno bella mostra le finestre con archi in legno a sesto acuto, chiaramente di stile germanico come tutto l’insieme. I lavori di costruzione del palazzo furono avviati nel 1870.

L’anno successivo prendono avvio i lavori di costruzione della ferrovia, portata a termine nel 1874, che doveva essere utilizzata per il trasporto del minerale da Naracauli a Piscinas, dove veniva imbarcato per essere trasportato a Carloforte. Nello stesso anno veniva autorizzata la costruzione della laveria Bau.

In quegli anni, gli impianti venivano resi più efficienti con nuove attrezzature per l’estrazione dei minerali, come la macchina a colonna d’acqua nel Pozzo Ingutosu, nel 1875.

Dal 1883 una Cassa di Soccorso era amministrata da un Consiglio di direzione e da rappresentanti del personale: assegnava sussidi agli operai ammalati ed alle vedove. Quando questa Cassa cessò di funzionare per mancanza di fondi, la Società della miniere continuò l’opera di assistenza sanitaria e d’assicurazione a proprie spese. Sempre a spese della Società, nel 1889, il piccolo villaggio viene dotato di una scuola elementare.

Con le ricerche minerarie del 1898 si scoprirono nuovi filoni ma per il loro sfruttamento servivano risorse economiche e tecniche che la Società francese non aveva. Le miniere vengono quindi acquistate dalla famiglia Brassey di Londra. Presidente della nuova Società denominata “Pertusola Mining Limited Company”, con sede a Londra, era Lord Thomas Alnutt Brassey, amministratore delegato era il Cav. Adriano Peloggio, ingegnere capo G. B. Lambert e direttore locale l’Ing. Edoardo Sanna. Con la nuova Società si ha una svolta decisiva nella gestione delle miniere, l’ammodernamento degli impianti e la costruzione della laveria meccanica inaugurata il 17 ottobre del 1900 alla presenza di oltre 1500 minatori.

Quest’impianto prenderà il nome di “laveria Brassey”. Nello stesso anno il Comune di Arbus concede un sussidio per istituire una scuola a Gennamari e l’anno successivo prendono inizio i lavori di costruzione del nuovo ospedale. Si aprono anche due nuovi pozzi: il pozzo Lambert e il pozzo S. Giorgio.

Si costruiscono nuovi alloggi per gli operai e bellissime ville  per i dirigenti, come villa Ginestra (conosciuta anche col nome di villa Idina), nel 1907, dove risiedeva per alcuni periodi dell’anno il presidente Lord Thomas Alnutt Brassey con la consorte Lady Idina.

Con la prima guerra mondiale le miniere si trovano in difficoltà, per i richiami sotto le armi che privano gli impianti del personale più valido, per la scarsità di esplosivo e per l’andamento sfavorevole del mercato.

Gli operai accettano spontaneamente una riduzione dei salari e l’intensificazione dei lavori nei cantieri del piombo, che in quel periodo si poteva vendere a prezzi vantaggiosi. Nel 1916  riprendono i lavori nei cantieri della blenda, che erano stati sospesi nel 1914 per la crisi del mercato dello zinco.

Il 12 novembre 1919, a seguito di un incidente stradale, Lord Brassey muore in Inghilterra. L’anno successivo la miniera viene venduta dal gruppo Brassey al gruppo Pennaroya.

Il 1920 è caratterizzato dalla crisi sociale e dal malessere della classe operaia, i lavori vengono continuamente interrotti da scioperi. Nonostante gli effetti negativi, nel 1921 iniziano i lavori di Pozzo Gal. La massa operaia è sempre più intollerante, manca di disciplina e il rendimento è scarso. Anche a causa della crisi del mercato dei metalli e del rialzo dei prezzi delle materie prime il direttore Ing. Castellan, il 14 marzo, chiude tutti i cantieri, che dopo alcuni mesi verranno gradualmente riaperti.

Con lo scoppio della seconda guerra mondiale si rivive la stessa situazione di crisi dovuta ai richiami alle armi e alle difficoltà nel reperimento delle materie prime e per le difficoltà dei trasporti marittimi. Le attività produttive vennero progressivamente ridotte fino ad arrivare alla sola manutenzione degli impianti.

Con la cessazione della guerra vi è una ripresa nel 1947 dell’attività estrattiva, e si da inizio allo scavo di un nuovo pozzo denominato Pozzo 92.

Alla fine degli anni 50 e l’inizio degli anni 60 la produzione diminuisce  per i bassi costi dei metalli sul mercato e per gli alti costi di gestione.

Inizia il declino della miniera che terminerà nel 1968 con la sua chiusura totale e definitiva.

 

[1] “Un prete di Guspini faceva scavare clandestinamente della galena, fondendola sul posto e facendo credere ai suoi compaesani ch’egli si recava spesso ad Ingurtosu per raccomandare le anime dei defunti, d’onde ebbe l’origine il nome Valle delle Anime. I lavori più antichi erano invece praticati nelle valli di Sa Spina e Casargiu.” (di questo fatto non si ha nessuna testimonianza storica) – Cfr. Edoardo Sanna, Le Miniere di Gennamari – Ingurtosu nell’Isola di Sardegna, Tip. e Lit. Meloni–Aitelli, Cagliari 1913

[2] Nel cimitero di Arbus in un cippo funerario si legge: Luigi Ross ingegnere nato in Olanda morto nella miniera di Gennamari il 25 aprile 1878 all’età di 29 anni.

 

[3] Un impiegato descrive così il minatore al termine del turno di lavoro: “Veniva su dal pozzo dopo il turno di notte della perforazione, e pareva un morto risuscitato. L’elmetto gli andava di traverso, era intriso di sudore e di fango, e aveva sempre tanta sete. Si buttava vicino alla fontanina prossima alla bocca del pozzo e restava molto tempo ad ansimare, a bere. Pareva avesse esaurito tutte le sue forze e che non si sarebbe più mosso di lì. Invece aveva ancora molte cose da fare. Doveva camminar molto prima di giungere a casa, e arrivato che fosse c’era da andare a far la legna per il fuoco ………….”.

Loris Lenzi, l’uomo e la nuvola, Ed. d’arte galleria Guelfi 1975.

[4] Nel 1904 fu proclamato uno sciopero. I minatori chiedevano aumenti salariali; compensi straordinari per lavori particolarmente pericolosi; l’abolizione dell’obbligo di prestazioni oltre le normali ore lavorative; la fornitura gratuita dell’olio per l’illuminazione delle gallerie; distribuzione gratuita dell’acqua potabile nelle officine ecc,; il ribasso dei prezzi dei generi di prima necessità; la libertà di non rifornirsi nelle cantine della Società e la possibilità di raccogliere legna dai boschi.

Si chiedeva inoltre che gli impiegati non perseguitassero i lavoratori iscritti alle leghe; che gli operai licenziati fossero riammessi al lavoro; il diritto di riunirsi in miniera, ecc.. Cfr Raffaele Callia, Gianpiero Carta, Martino Contu, Maria Grazia Cugusi, Storia del movimento sindacale nella Sardegna meridionale, AM&D Edizioni, Cagliari 2002

[5] “Le cronache e numerosi scritti dicono che a scoprire questa miniera fu nel 1829 un fabbro di Arbus.  Tralasciando l’episodio del quale non siamo riusciti a trovare alcuna prova, possiamo ritenere che le imponenti masse mineralizzate in galena e argento non siano sfuggite ad antichi coltivatori”. Cfr. Mezzolani Sandro, Simoncini Andrea,  Paesaggi e architetture delle miniere, vol. XIII pag. 117, Editrice Fotografico Sardo, Cagliari 1993

[6] Lo sviluppo delle gallerie orizzontali nel 1869, grazie al metodo tedesco, raggiungeva la lunghezza totale di 5.500 mt., mentre la massima profondità era di 160 mt.. Si produceva una media semestrale di 690 ton. di galena. La laveria occupava 146 operai di cui più della metà erano donne e ragazzi.

 

 
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