La Storia

 
 
 
Pubblichiamo alcuni cenni storici sulla comunità e sul paese di Arbus a cura di  Antonello Piras, cittadino arburese.

1. TOPONIMO

L’origine del nome è totalmente sconosciuta, a dispetto di alcune opinioni che vorrebbero far risalire il toponimo a diverse fonti.

Il Vaquer, autore di un libro dedicato ad Arbus, stampato nel 1895 scrive: “D’onde tragga l’etimologia questa parola non saprei, né potei, per quante ricerche abbia fatto, raccogliere altro che congetture. ………Qualche scrittore, la vorrebbe far derivare da Albus, come per alludere al biancheggiare dei monti ricoperti di neve; né tale derivazione è ammissibile, perché la neve non ha, sui monti arburesi, che una brevissima durata,…..”

Totalmente opposta è l’opinione di mons.  S. Tomasi che, nell’opera “Memorie del Passato Appunti di Storia Diocesana” riporta: “….questa etimologia è ammissibile, ed è l’unica vera definizione, perché tra i paesi vicini, Arbus è il paese di più alto livello, più facilmente nevicabile. E comunque, come vi sono dei nomi derivanti da qualità permanenti del luogo, vi sono altri nomi che derivano da fatti eccezionali. Per cui chi adottò per primo il vocabolo Arbus poté riferirsi ad una occasione particolare in cui i monti erano bianchi neve.”

Vero è che abru,  àrbia, àrbiu, arbu,  in lingua sarda significa bianco. Spinarba è la spina bianca; linnarbu il pioppo o il legno bianco, ma non si può dare con sicurezza l’origine del toponimo sulla base di queste congetture. L’unico riscontro documentato lo fornisce lo storico Salvatore Vidal 1575 – 1647, che nella cronaca della distruzione del villaggio di Serru (1610) chiama gli Arburesi “Albensi” e Arbus “Albus”. 

Altra ipotesi è quella che vorrebbe far derivare il nome da àrburis, ciò che in lingua sarda significa alberi. Pure questa ipotesi non presenta solidità ad una più attenta analisi, infatti àrburis /alberi è nella variante logudorese, mentre il campidanese traduce più comunemente màtas. È molto improbabile che logudoresi abbiano dato questo nome, anche perché la zona dell’Arburese non aveva sicuramente una forestazione più fitta di quella del capo di sopra.

Si trova pure scritto che deriverebbe da Arabus / arabi, in quanto Arbus era esposto a razzie arabe. Pure questa origine presenta difficoltà. Bisogna considerare che la cultura sarda tende ad esorcizzare il pericolo, quasi che il nominarlo lo renderebbe in qualche modo presente. Per questo ne muta il nome in qualche cosa di benevolo, per esempio animali temuti prendono nomi di persone o cose benevoli, dolci e gradevoli. È il caso della donnola chiamata yàna de muru / fata del muro, in campidanese buchemeli / bocca di miele, oppure la volpe che prende vari nomi umani nelle diverse zone della Sardegna, Mariàne, Dzoseppe, in campidanese più comunemente  maragiani / Mariagiovanni. Il tabù linguistico addirittura annulla la parola, come nel caso di certe malattie che non vanno mai nominate. Ed allora, perché mai gli Arburesi avrebbero mutato il nome del loro villaggio con uno che evoca il pericolo, quali le razzie arabe?

I toponimi dei luoghi difficilmente mutano, anche quando per l’evolversi della lingua si perde il significato originario. La radice Arb potrebbe appartenere al sostrato paleosardo  giunta fino a noi nella fonetica, ma della quale sì è perso il significato.


2. PRESENZA ANTROPOLOGICA NELL’ANTICHITÀ

La scarsezza di fonti documentarie scritte rende difficile ricostruirne la storia. È da chiarire subito che non si conosce il periodo della sua formazione a villaggio, inteso nel senso moderno come nucleo abitativo di una comunità. Per certo si può dire che insediamenti umani erano presenti nell’Arburese fin dall’antichità, il nuraghe di Cugui, la tomba dei giganti in loc. Bruncu Espis nelle vicinanze di Funtanazza, la vicina tomba dei giganti nell’area di San Cosimo in territorio di Gonnosfanadiga, ed altri tanti siti archeologici presenti nel territorio arburese, fatti censire dal Comune,  ne sono muti testimoni. Arbus fu interessato dal passaggio dei romani, (i recenti scavi di piazza San Lussorio ne hanno rivelato la presenza attraverso il rinvenimento di una tomba romana “alla cappuccina”), ed ancora in località Madonna d’Itria sono state trovate monete e lacrimatoi in vetro del periodo romano. Sicuramente doveva essere un punto di frequenza secondario, perché la parte abitata in epoca romana era la zona dove oggi sorge S’Antonio di Santadi, resti di una villa romana sono presenti in loc. S’Angiarxa.

3. DAL MEDIOEVO VERSO UNO SVILUPPO URBANO MODERNO

Fino al medioevo non si hanno notizie documentate. Così riporta Vittorio Angius nel “Dizionario geografico - storico - statistico -commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna”:

  • volume I, pag. 332, pubblicato nel 1833: “…. il nome di Montereale fu sostituito all’antico di curatorìa di Arbus, o giudicato di Colostrài”;
  • volume I, pag. 338: “ARBUS,  …. Figurava nel medioevo come capo – luogo della curatorìa o dipartimento, ....  del giudicato di Colostrài.”;
  • volume V, pag. 354, pubblicato nel 1839: “COLOSTRAI, che diceasi giudicato o curatoria di Arbus, era uno dei dipartimenti dell’antico giudicato di Arborea.”

Altri storici riportano:

  • In Arborea la curatoria di Bonorzoli comprese poi probabilmente Arbus, …..” - E. Besta, La Sardegna medioevale, Forni editore 1908.;
  • “…. la diocesi di Terralba …… comprende tutto il territorio che corrispondeva alla pertica dell’antica Neapolis, giungendo ai confini col giudicato cagliaritano, e cioè tutta la curatoria detta di Bonurzoli, fino oltre Arbus,….” – A. Solmi, Studi storici sulle istituzioni della Sardegna nel medioevo, Società Storica Sarda 1917.;
  • “….. con quanto asserisce il FARA dell’esistenza di Neapolis nella curatoria di Arbus …..” – G. Manno, Storia di Sardegna, Torino 1825.

Da ciò, si desume l’esistenza di Arbus nel periodo giudicale, ma il Giudicato d’Arborea ha oltre 500 anni di storia e Arbus, non trova una collocazione temporale precisa.  Il Giudicato compare in un documento del 1073, una lettera inviata da Papa Gregorio VII ai quattro giudici ai quali chiedeva obbedienza politica e spirituale. Il giudicato terminerà la sua esistenza nel 1420 quando Guglielmo III di Narbona, re d’Arborea cede il regno alla corona aragonese.

Secondo mons. Tomasi, la mancanza di Arbus dall’elenco delle Decime Pontificie del 1341, dove vi figuravano Gonnos, Guspini, Terralba, Uras,  San Gavino, Sardara e Pabillonis, fa supporre che in tale data non vi fosse l’abitato d’Arbus e non era stata edificata la parrocchia. Cfr. Mons. S. Tomasi, Arbus, in Nuovo Cammino,16 gennaio1964.

Circa la data della fondazione di Arbus Vaquer dice: “- per quanti documenti siansi da me e da altri compulsati – non è accertata; è fuor di dubbio però che la sua esistenza storica rimonta al 1320 e che appartenne alla giurisdizione feudale del marchesato di Quirra, …” . L’affermazione del Vaquer, che non cita la fonte, contrasta con quanto detto da Tomasi.

Questo richiamo del Vaquer è stato riportato in modo errato nell’enciclopedia multimediale Wikipedia, e non solo, dove si legge: “ma già nel 1320 è menzionato come facente parte della giurisdizione feudale del marchesato di Quirra”, citando come fonte il Vaquer.

Nel suo scritto il Vaquer dice sì che Arbus appartenne alla giurisdizione del marchesato di Quirra, ma a legger bene  è chiaro che non vi apparteneva nel 1320.

Infatti il Marchesato di Quirra è l’evolversi di assegnazioni territoriali concesse a Francesco Carroç, (“Carròs” o come altri scrivono, “Carroz”) nel 1330 come compenso per la partecipazione militare con 10 galee nel 1323 per la conquista dell’isola Sarda. Con questa assegnazione territoriale ha inizio il feudalesimo in Sardegna, questo primo nucleo venne nel 1363 elevato a Contea. La Contea di Quirra comprendeva nel 1504 la Baronia di Monreale della quale Arbus faceva parte. Sarà solo il 31 dicembre 1604 che Filippo III eleverà la Contea a Marchesato.

Arbus compare nei documenti dell’allodiazione conservati a Toledo presso la “Secciòn Noblesa de l’Archivio Històrico Nacional”. In questi documenti, datati 24 novembre 1504, sono elencati uno ad uno i  territori con le rispettive ville su cui ricade il beneficio dell’allodio. L’elenco comprende anche il vicino villaggio di Serru strettamente legato alla storia di Arbus. La concessione dell’allodio fatta da Ferdinando d’Aragona a favore della contessa Violante Carroç, elevava Violante e i suoi eredi da semplici feudatari in  heretats (feudatari con ampi poteri col diritto di trasmettere possedimenti e titoli ai propri discendenti senza l’approvazione del re).

Arbus pagava il tributo feudale, chiamato feu, questo tributo poteva essere di tipo “chiuso”, oppure “aperto”, nel primo caso il “feu” detto anche focativo (dal numero dei fuochi, ossia le famiglie) veniva pagato dalla comunità del villaggio, che lo ripartiva tra tutti i vassalli secondo le condizioni di ciascuno, con esclusione dei giovani di età inferiore ai diciotto anni; nel secondo caso, feu aperto, veniva versata la quota individuale da ciascun vassallo.

Nel 1698 Arbus paga lire 20 col sistema “feu chiuso”, mentre notiamo che lo stesso anno Guspini paga col sistema “feu aperto”.  Nell’elenco figura pure Serru, che benché spopolato già dal 1610 paga lo stesso il diritto di feudo, ripartito fra tutti vassalli del Marchesato. (I dati sono presi da A.H.N., Nobleza, Osuna, C. 1037, D. 155, doc. 3. e da Osuna, C. 999, D. 41).

Il villaggio di Serru nel 1584 non era stato ancora abbandonato, Vittorio Angius ipotizza, erroneamente, la sua collocazione in loc. Santa Sofia dove ancora oggi si possono vedere i resti di un muro, quello della chiesa dedicata per l’appunto alla martire greca del II secolo.

Un’incursione saracena nel 1610 mette fine al villaggio di Serru, i superstiti si rifugiano parte ad Arbus, e in maggior numero a Gonnos. Per tradizione orale giunta fino a noi, e riportata dallo storico padre Salvatore Vidal 1575 – 1647, sappiamo che 14 coraggiosi uccisero 400 barbareschi, che ritornavano al porto di Flumini-majore dal villaggio di Serru portandosi dietro gli abitanti ridotti in schiavitù. Aldilà della sproporzione dei 14 contro i 400 non vi è dubbio sulla veridicità del fatto. Gonnos conserva il ricordo attraverso il racconto di Regina Peddis Porcella, deceduta il 18 maggio del 1884 all’età di  107 anni. La donna raccontava che una zia conosceva l’episodio per averlo appreso da una testimone diretta del fatto, questa morta centenaria, da bambina abitava a Serru, trasferitasi dopo l’incursione saracena con la sua famiglia a Gonnos.

L’area occupata da Serru venne inglobata a Gonnos, perché, dice Mons. Tomasi, è il paese più vicino, e questo stride con l’ipotesi di Angius che colloca Serru in loc. S. Sofia, quindi più vicino ad Arbus.

È da ritenersi esatta la collocazione che ne fa padre Vidal, che dice che le chiese di Serru erano, oltre la parrocchiale di San Pietro (i resti sono ancora visibili), San Lorenzo, San Giovanni e San Bartolomeo, detto allora Santu Barzolu, in loc. Santu Arzolu, quindi più vicino a Gonnos. Si venivano così a definire i confini tra Arbus e Gonnos, come poi vennero registrati nei verbali di possesso del Marchese di Quirra nel 1754.

Accadde così che la chiesa di Serru passò territorialmente a Gonnos, mentre gli arredi e alcuni censi e lasciti testamentari furono affidati dal vescovo alla chiesa di Arbus. Tra gli arredi una croce metallica processionale e alcune statue. La croce ricomparirà nell’inventario dell’aprile 1643, e ancora in quello del 1701. Un documento conservato presso la Curia Vescovile ci fa sapere che il Rettore di Guspini Giovanni Antioco Uda, per ordine del vescovo Mons Lorenzo Nietto, consegna il 5 maggio 1610 a mani di Nanni Serra, Procuratore della Chiesa di Arbus, l’importo di 13 lire e 11 soldi, somma appartenente alla chiesa parrocchiale di Serru da conservarsi depositata in Arbus. (Sarebbe forse indiscreto sapere come tale somma fosse finita nelle mani del Rettore di Guspini e non, come sembrerebbe più logico, nelle mani di quello di Gonnos, data la vicinanza dei due paesi). Può darsi che il Rettore di Guspini corresse più velocemente di quello di Gonnos.

Passa così ad Arbus anche la devozione dei santi Cosma e Damiano con la competenza per la celebrazione della festa (27 settembre), tuttora copia dei simulacri dei santi Cosma e Damiano sono custoditi nella chiesa della Beata Vergine Maria Regina.

In Gonnos si conservò fino al 1836, come trofeo, un ferro tagliente a doppio taglio con manico in legno tolto ai turchi nella lotta. Questo ferro nel maggio 1836 venne donato al  Cav. Fedele De Cesaròli che lo depositò nel museo di Cagliari.

Passano gli anni, ma non il carattere litigioso fra vicini, vuoi per la festa, vuoi per i santi, vuoi per il possesso dei terreni vicini alla chiesa di S. Giovanni, diventata San Cosimo, il Sindaco di Arbus Giuseppe Concas, l’11 marzo 1828 ricorre al  Supremo Magistrato della Reale Udienza, rivendicando il possesso dei terreni nelle località Is Campus de Santu Cosumu o Santu Giuanni de Serru, Su Benazzu de Santu Giuanni, Su corrazzu de is Zurridas o de is Piscarellas, Su Carropu de Santu Giuanni, lungo il fiume, fino a Su Corrazzu de Mussu Benèitu, e che sia inibito e proibito il Comune di Gonnosfanadiga di recargli la minima molestia.

Il 22 settembre 1830 si raggiunge l’accordo, vengono definiti i limiti dei terreni oggetto di contesa e le competenze per la celebrazione della festa.

Vale la pena di riportare integralmente il secondo punto dell’accordo:

2) Che sebbene il territorio in cui esiste la chiesa rurale di San Cosimo appartenga al Comune di Gonnosfanadiga, tuttavia la celebrazione di quella festa spetti esclusivamente agli Arburesi e che in quel distretto possa il solo Corpo Barracellare di Arbus amministrare ed esercitare tutti gli atti del suo impiego senza intervento dei Barracelli di Gonnos nei due soli giorni della vigilia e festività suddetta.

Viene fatta lettura in lingua sarda, il tutto approvano, confermano e sottoscrivono il Notaio Antioco Pau Consigliere di Arbus, non però il Sindaco di Gonnosfanadiga Francesco Giuseppe Piras, dice il documento, per non saper scrivere. Firmano i Patrocinanti delle parti e i testimoni.

La storia sembrerebbe finita, ma non è così, nel 1926 gli arburesi costruiranno una nuova chiesa dedicata ai santi Antioco, Cosma e Damiano in territorio arburese nella località Baratzu così da non dover condividere la festa coi gonnesi. Nell’agosto 2002 un forte temporale fa crollate al suolo le pareti laterali della chiesetta abbandonata già dagli anni cinquanta.


4. SVILUPPO URBANO

Arbus nel 1688 aveva solo 989 abitanti che vanno progressivamente aumentando fino a raggiungere oltre 10.000 unità nel 1961, periodo dell’attività mineraria, cessata questa si ha un costante calo demografico, fino ai 6.617 abitanti nel dicembre 2010).

Il dizionario Angius / Casalis ci fornisce altre informazioni:

la superficie coltivata è solo il 12 % del territorio, si produce e si smercia nei paesi vicini panno forese, infatti su 670 case vi sono 600 telai per tele di diversa qualità. I matrimoni sono circa 30 all’anno, le nascite 105 le morti 40. Si ha un numero di famiglie pari a 666, gli abitanti 2.762. Arbus fornisce 46 unità al battaglione di Monreale dei corpi miliziani barracellari. Si semina grano, orzo, fave e civaje.

Dice ancora Angius: In anni di fertilità raccoglie questo comune nei quattro detti generi da 200,000 starelli. Di lino se ne fa da 300 cantara (chil. 12,195). Oltre la cultura dei cereali si attende a quella degli alberi fruttiferi: vi sono già alcuni giardini d’agrumi ben tenuti, e che prosperano meravigliosamente, e ne crescerà senza dubbio il numero. I peri, noci, fichi, susini, albicocchi, peschi.  Il numero totale degli alberi fruttiferi va a 80,000. Si ha una copiosa vendemmia, e comunemente si sogliono imbottare da 3000 màrigas, che sarebbero quartieri 42,000 (litr. 210,000). Un decimo di questa quantità bruciasi per acquavite.

 

4.1 Pratza de sa Panga

Come si presentava il centro urbano nel passato? Abbiamo visto che alla fine del 1600 gli abitanti non erano molti anche se andavano rapidamente aumentando, erano già 1.282 ab. nel 1698.

Il centro gravitava attorno alla chiesa di San Sebastiano, unica costruzione importante nel 1600, la presenza del Monte Granatico è più tardiva, seconda metà del 1700, mentre il vecchio municipio di piazza Immacolata è di fine ottocento.

Però lo spazio urbano di maggior frequenza doveva essere quello che ancor oggi viene denominato “pratza de sa panga” ossia piazza del banco, area citata già nelle vecchie carte come “piazza Mercato”. Qui si svolgeva l’attività commerciale del paese, e quindi punto di incontro tra persone per la compra – vendita, creando occasione oltreché di scambi commerciali, anche di aggregazione sociale.

Poco più avanti, nell’attuale piazza San Lussorio, vi era la chiesetta omonima, venne demolita nel 1956 per far posto alla piazza, ora interessata dai lavori di rifacimento. Secondo alcuni, la sua costruzione sarebbe antecedente la chiesa di San Sebastiano, ma questa tesi non è sorretta da documentazione, anzi, se ciò fosse vero, l’obriere di San Lussorio in occasione della festa che organizzava il 21 agosto avrebbe versato alla cassa di San Sebastiano il contributo per i lavori nella  parrocchiale. Nel 1591 l’obriere di San Dòmino versa 14 lire, 7 soldi e 8 denari; l’obriere di San Michele versa 5 lire e 15 soldi. Non figurano tra i contribuenti né San Lussorio né Santa Croce.

La chiesetta era di dimensioni modeste, lunga 15 mt., larga 6 e munita di campanile a vela nella parte anteriore, terminava nella parte posteriore con un’abside circolare.  La festa di san Lussorio, celebrata il 21 agosto aveva grande importanza per gli arburesi,  era quello il periodo per stipulare o recedere contratti, saldare debiti e fare acquisti. Nei giorni della festa il mercato veniva invaso dai banchi di vendita e si facevano ogni sorta di affari. La chiesetta, venne utilizzata anche come locale scolastico,  e parte proprio da qui l’idea dell’esproprio della chiesetta e dell’abitazione del sacerdote per far posto al caseggiato scolastico.

I recenti scavi (05 febbraio – 15 maggio 2009) hanno portato alla luce i resti delle mura di fondazione.

L’antico cimitero occupava l’area attorno alla chiesa di San Lussorio fino al 1860. Sembrerebbe che la Chiesa avesse, se non delle competenze, influenze in merito. Infatti il 7 giugno 1663 il Decano Lorenzo Manes Vicario Capitolare della Sede Vacante, facendo visita ad Arbus impartiva delle disposizioni in merito: “D’accordo col Sindaco si faccia terminare il muro del Cimitero di San Lussorio entro il tempo di trenta giorni a contare da oggi; si faccia fare a schienale la parte superiore del muro, e si faccia imbiancare. Sia sistemata la porta del cimitero in modo che non ci possa entrare il bestiame. E si procuri di fare tutto a spese del Comune, e non della Chiesa” .

Al di sotto della chiesetta, nella via Libertà vi era “Sa mitza de Santu Lusciori” dove si poteva raccogliere acqua, e poco più in basso “su lacu de Santu Lusciori “ che serviva da abbeveratoio per gli animali.

Tenendo come punto centrale “pratza de sa panga”, e considerando il punto più alto dell’area urbana attorno ad essa, in via Pellico, si può vedere una croce in ferro. Che significa questa croce? La chiesetta di San Lussorio non era l’unica nel centro abitato. In un documento del 1643 il Vicario Generale Cappai Castagner dà disposizioni per il rifacimento del tetto della chiesa di Santa Croce, perché vi si possa celebrare la S. Messa. Quindi è certo che nel 1643 vi fosse la chiesa di Santa Croce e che questa avesse bisogno del rifacimento del tetto. Non esiste nessun documento per datare la sua costruzione, ma come per San Lussorio, si può ipotizzare la sua presenza successiva a quella della chiesa di San Sebastiano. Santa Croce, a differenza di altre chiese non aveva rendite, tanto da dover dipendere dalla chiesa madre per le riparazioni. Forse questo è il motivo della sua scomparsa. L’obriere che la custodiva, quanto riusciva ne organizzava la festa il 14 settembre, altre volte l’organizzava a proprie spese. Santa Croce scomparve per disposizione del Vescovo Giuseppe Maria Pilo quasi sicuramente nell’anno 1763, i materiali recuperati come pietre e tegole vengono venduti e sul luogo dove prima sorgeva la chiesa viene innalzata una croce. E’ possibile che il luogo fosse quello della croce di via Pellico? Tale ipotesi si appoggia sull’eco giunta fino a noi dell’esistenza di un chiesa in prossimità della croce, ed anche perché il punto risulta quello più alto dell’area urbana della “pratza de sa panga”.

4.2 Pratza de Cresia

La zona centrale, già importante per la presenza della chiesa, assume maggiore rilevanza per la costruzione nella seconda metà del XVIII secolo del Monte Frumentario, e a fine 1800 del municipio, concentrando in quest’area la vita religiosa, economica e burocratica di Arbus.

4.2.1 Chiesa di San Sebastiano

Le prime notizie documentate risalgono al 1591, in quel tempo la chiesa si presentava col tetto in legno, con la facciata bassa, senza campanile e cappelle, ed aveva bisogno di lavori. Erano in quell’anno procuratori della chiesa, Lorenzo Aru e Antioco Pittau, questi procuratori secolari, operavano alle dipendenze del clero ed a questi rendevano conto. Questi avevano il compito di reperire i fondi per il miglioramento della chiesa. Si iniziava così a raccogliere le offerte per mezzo dei “collettori”. Di questi primi collettori si conosce pure il nome: Antioco Zuddas e Niccolò Saba. Il 7 marzo 1591 vengono depositate le prime somme. Dopo due anni la somma depositata ammontava a 69 lire 16 soldi e 14 denari. Altre entrate si avevano dalle Obrerie delle feste, tolte le spese per le celebrazioni il resto veniva consegnato per i lavori della chiesa. I lavori andarono avanti fino al 1638.

Nel 1601 fu fatta, in pietra, la pila dell’acqua benedetta, sostituita poi nel 1756 con quella in marmo, nel 1602 il fonte battesimale, pure questo in pietra che venne sostituito nel 1778 con quello in marmo, mentre nel 1613 i lavori per la costruzione della cappella del Carmine furono affidati a mastro Giovanni Arixi di Cagliari. Le somme venivano custodite in una cassa munita di tre serrature in modo tale che per aprirla dovevano riunirsi i tre custodi delle chiavi. Il 24 aprile 1638  il Vicario Generale Capitolare, al fine di terminare i lavori della chiesa, diede il permesso ai procuratori Antonio Lampis e Giovann’Angelo Cancedda di riunire i possessori delle tre chiavi, aprire la cassa,  e  completare l’opera sostituendo il tetto in legno con la volta solida.

Nel 1638 il campanile non era stato ancora edificato, vi era un campanile “a vela” sul fianco nord della chiesa. Solo nel 1663 il Vicario Capitolare dava disposizioni per l’innalzamento, nella parte meridionale, di un nuovo campanile che fu terminato nel  1673, ma non raggiungeva l’altezza attuale, questa la raggiungerà con ulteriori lavori nel 1859.

La balaustra del 1772, racchiude lo spazio dell’altare maggiore che giustamente il Vaquer dice sia stato costruito nel 1856. In un articolo di Osvaldo Lilliu, pubblicato in Voce Serafica nel febbraio 2010, l’altare maggiore risulterebbe già costruito nel 1845, ma si tratta di un errore. Infatti al 1845 risale la corrispondenza epistolare tra il Vescovo Mons. Pietro Vargiu, che dava le indicazioni, e il marmista Michele Fiaschi di Cagliari che doveva realizzare l’opera, ma per la ristrettezza dei fondi disponibili i lavori inziarono più tardi, e la data del 1856 è quella più attendibile, anche in virtù del fatto che in tale anno sono registrate le spese sostenute. L’altare, dietro disposizioni del Vescovo Vargiu,  poggia su una base in marmo, che col palliotto faceva parte del vecchio altare nel 1741, data ben visibile anche oggi, e che può far cadere in errore circa la datazione dell’altare.

Il rifacimento della facciata risale alla fine dell’ottocento, prima si presentava più bassa e priva delle colonne piatte e dei capitelli. 

4.2.2 Monte Frumentario

I monti frumentari nascono dalla necessità di combattere l’usura praticata allora in Sardegna a danno dei contadini poveri rovinati dalle carestie. Questi, nella speranza di un nuovo raccolto accettavano prestiti a tassi altissimi che portavano alla miseria totale.  Michele Beltran,Vescovo di Ales dal 1638 al 1640 cerca il rimedio creando un istituto che in aiuto ai contadini più poveri concedeva in prestito il grano per la semina. Questo sistema di prestito, a condizioni ragionevoli, è la base sulla quale verranno poi istituiti i monti frumentari del Settecento.

Giuseppe Maria Pilo Vescovo di Ales dal 1761 al 1786 si adoperò per eliminare la piaga dell’usura con il potenziamento dei Monti Frumentari. Durante il suo episcopato, sorge ad Arbus il monte frumentario.

Il dizionario Geografico Storico del Casalis – Angius (1833) elenca la dotazione del monte frumentario:

-  in grani era di star. 1810, in denaro di lire sarde 4178.2 (fr. 8021.94), ed il fondo presente granatico è di starelli 2250, il nummario per le angustie dei poveri contadini è ridotto a lire 222.6.

I monti frumentari vennero trasformati nel 1924 in Casse Comunali di credito agrario, e assorbiti nel 1953 dal Banco di Sardegna. L’immobile, acquistato dal Comune nel  1989, è stato completamente ristrutturato e viene utilizzato per manifestazioni culturali.

4.2.3 Municipio

Il municipio è stato usato come tale fino al 1978, in seguito come istituto professionale, poi come biblioteca, archivio e sede staccata di uffici comunali, attualmente non è utilizzato e necessita di lavori di restauro.

La sua costruzione risale al 1894/95. il Vaquer facendone la descrizione dice: “Il nuovo palazzo del Comune – sorge finalmente a Nord – Est del paese e proprio nel posto, dove -  fino all’anno scorso -  si vedevano le fangose rovine d’un altro fabbricato adibito allo stesso uso”.

Il Comune, privo di una sede propria, utilizzava locali in affitto, e ancor prima, si riuniva nella casa privata di un membro. Il municipio sorge proprio, come dice il Vaquer, sulle rovine di uno di questi locali. La struttura si presenta oggi, esattamente come la descriveva il Vaquer pochi mesi dopo la sua costruzione: “L’edifizio costruito su disegno dell’ingegnere Martis Sig. Edoardo – è dotato d’una solidità e d’un’eleganza incontestabili, e la sua costruzione, veramente artistica, ……….”

Con la costruzione del municipio, si completa lo spazio urbano più importante di Arbus. Chiesa, Monte frumentario, diventato poi sede del Banco di Sardegna fino agli anni 80, e Municipio si affacciano nella medesima piazza accentrando in questo spazio urbano l’attività amministrativa, economica e religiosa.

La piazza, prende oggi nome dalla statua dell’Immacolata collocata al suo centro nell’anno 1959.

5. CHIESE CAMPESTRI

Nel territorio arburese vi erano diverse chiese campestri: S. Antonio di Padova in Sant’Antonio di Santadi, S. Stefano in loc. Gurzù,  Madonna d’Itria, SS. Cosimo e Damiano, Santa Sofia e San Martino in loc. Funtanazza citata dal Vaquer.

Oggi abbiamo solo S. Antonio e Madonna d’Itria. La chiesa di S. Stefano e quella di S. Sofia sono citate dal Casalis - Angius nel I volume del dizionario, ma già dal 1763 risulta distrutta quella di S. Sofia mentre quella di S. Stefano e da ritenersi scomparsa ancor prima, infatti manca  nell’elenco delle chiese dichiarate sconsacrabili dal Vescovo Mons. Pilo.

5.1 Madonna d’Itria

Arbus come gli altri paesi della costa era meta di incursioni da parte dei pirati che vi sbarcavano per razziare e fare schiavi. Nel 1584 Pabillonis fu distrutto dai turchi, nel 1610 subì la stessa sorte Serru. E’ facile immaginare che le popolazioni invocassero la Madonna a protezione delle incursioni.

Non sappiamo quando nel tempo si è iniziato a festeggiare la Madonna d’Itria ad Arbus.

La traccia più antica del culto alla Madonna risale al 1636, anno nel quale fu costruita nella parrocchia di S. Sebastiano una cappella dedicata a Nostra Signora d’Itria.

Nel 1640 circa fu fondata la Confraternita di Nostra Signora d’Itria. I soci della confraternita (che non potevano superare il numero di 72) dovevano rispettare un regolamento che prevedeva diversi obblighi, indossavano un abito di tela bianca lungo fino ai piedi, una cintura di seta azzurra con il rosario e un cappello anch’esso azzurro.

Altro dato certo è che il 16 aprile 1643 la statua della Madonna d’Itria era custodita nella chiesa di S. Sebastiano. (In tale data  il Vicario Generale venne ad Arbus in visita e ordinò l’inventario degli oggetti appartenenti alla chiesa, fra le statue figura quella della Madonna d’Itria).

La chiesetta campestre era sicuramente edificata nel 1666. In questa data risulta dal registro dei defunti il decesso di un eremitano (custode di una chiesa secondaria che faceva questua distribuendo immagini del santo titolare della chiesa) della chiesa di N. S. d’Itria.  Ma si può ragionevolmente supporre che esistesse ancora prima di questa data, poiché nel 1636 era stata costruita la cappella nella parrocchia.

I tre giri intorno alla chiesetta che oggi si percorrono in occasione dell’arrivo e della partenza del simulacro della Vergine, sono comuni ad altre chiese e pertanto sono da considerarsi il ricordo di racconti popolari. I racconti dell’edificazione delle chiese campestri sono molto simili tra loro. Si parla quasi sempre di una statua trovata fuori paese e caricata su un carro per essere trasportata, ad un certo punto i buoi che trainano il carro si fermano nonostante vengano pungolati dai conducenti, e quando finalmente ripartono compiono tre giri intorno ad un’area sulla quale sorgerà la chiesetta.

5.2 Chiesa Sant’Antonio di Padova

L’attuale chiesa risale al 1950, è stata edificata dove prima vi era una chiesa con campanile a vela probabilmente del 1600.


6. LE MINIERE

La principale fonte di lavoro per gli arburesi è stata per oltre un secolo l’attività mineraria di Ingurtosu e Montevecchio.

6.1. Ingurtosu dislocazione e comunità operaia

Ingurtosu è una frazione del comune di Arbus, distante da esso circa 10 Km. Quando si parla di Ingurtosu, si intendono anche gli agglomerati di Naracauli, Gennamari, Bau, Pitzinurri e Bidderdi, dislocati nel territorio e distanti pochi chilometri l’uno dall’altro. In queste località si svolgeva la vita lavorativa e sociale della frazione mineraria.

La sua storia  relativamente recente e piuttosto breve, è però di grande importanza per il ruolo che il centro minerario ha avuto nello sviluppo industriale della Sardegna.

Questa frazione sorge nella vallata denominata “delle Anime”[1], ove si estraeva galena e blenda, minerali dai quali si ricava piombo e zinco.

E’ da rilevare anche l’importanza dal punto di vista sociologico, infatti la frazione è stata popolata da persone provenienti da diverse parti d’Italia e da paesi di tutta la Sardegna, mentre la classe dirigente ha visto francesi, Inglesi, tecnici tedeschi ed anche olandesi[2], ognuno portava con sé la propria cultura, che andava a mescolarsi con quella degli altri, dando origine in questo modo a una popolazione a sé stante, differente da quella degli altri paesi del circondario.

La popolazione ingurtosina viveva in un “mondo chiuso”, dove i rapporti con l’esterno erano alquanto limitati; infatti a tutto provvedeva la Società Mineraria, dall’ospedale alla costruzione degli alloggi, sia per la classe dirigente che per la massa operaia, all’acquedotto, alla viabilità, ai locali scolastici, alla colonia marina per i ragazzi, alla tipografia, all’approvvigionamento dei generi alimentari, alla panificazione ecc.

Insomma, l’unica preoccupazione che aveva il minatore era quella di estrarre il minerale, percepire il salario che poi in buona parte riversava alla Società Mineraria proprietaria dei magazzini viveri, chiamati comunemente “Cantina”. In queste cantine  il minatore trovava tutto quanto poteva occorrergli, dai viveri al vestiario, dagli stivali in gomma all’indispensabile lampada per lavorare nell’oscurità delle gallerie. Ancor oggi lo spiazzo antistante l’ex spaccio viene denominato col toponimo “piazza Cantina”.

La vita del minatore era particolarmente dura e faticosa: se non si aveva un fisico robusto, si moriva intorno ai quaranta - cinquant’anni, coi polmoni lesionati dal silice.[3]

Per migliorare le proprie condizioni di lavoro, la massa operaia ricorreva agli scioperi. [4]

Oggi Ingurtosu conta meno di 20 abitanti residenti, mentre negli anni 50 erano diverse migliaia: funzionavano l’ospedale, l’ufficio postale, la stazione dei carabinieri, la scuola elementare ed un distaccamento dell’ufficio comunale che registrava nascite e decessi. Con la cessazione dell’attività estrattiva avvenuta negli anni 60 Ingurtosu si è spopolata, le famiglie sono tornate ai paesi d’origine lasciandosi alle spalle un villaggio fantasma.

In questo contesto storico e sociale venne edificata la chiesa di santa Barbara: i lavori iniziarono nel 1914 e  fu inaugurata nel 1916.

6.2 Storia delle Miniere di Gennamari – Ingurtosu

L’estrazione della galena risale a circa il 1600: il 14 dicembre 1628 il Procuratore Reale  concedeva  di scavare miniere in Arbus a Giacomo Esquirro.

Tale concessione fu accordata il 20 dicembre 1691 a don Antonio Michele Olives e nel 1729 alla Società “Nieddu e Durante” per un periodo di 20 anni. La concessione passò poi alla compagnia Mandel. Nel 1759 le miniere passarono sotto la gestione governativa, la direzione fu assunta dall’ingegnere minerario Cav. Pietro Belly. L’estrazione del minerale non sempre consentì alle varie società che la gestivano di fare buoni affari. Tant’è che l’attività estrattiva venne più volte sospesa.

Cambiarono i dirigenti e le Società, ma fino al 1825 la produzione rimase limitata.

Si dice che la miniera di Ingurtosu sia stata riscoperta e rivalutata da un fabbro di Arbus nel 1829.[5] Nel 1853 il permesso di estrazione venne accordato ai liguri Marco e Luigi Calvo, che venderanno le miniere nel 1857 alla società francese “Sociétè Civile des Mines d’Ingurtosu et Gennamari”, della quale era presidente Luigi Talabot, di Parigi.

La Società francese nominò nel 1860 Presidente del Consiglio d’Amministrazione il tedesco ing. Bormemann; ingegnere capo era Leone Gouin, direttore della miniera di Gennamari era il marchese di Gessè Charleval, mentre vice direttore di Ingurtosu era l’Ing. Fabre.

I tecnici che seguivano i lavori erano in maggior parte tedeschi provenienti dall’Accademia Montanistica di Freiberg,[6] ma anche francesi ed inglesi, che hanno lasciato la loro impronta nelle costruzioni importando stili architettonici dei lori paesi. Un chiaro esempio è dato dal palazzo della direzione (conosciuto come castello),  realizzato con murature in pietra e blocchi squadrati di granito.

Nelle facciate si aprono splendide bifore con colonnine e archi a tutto sesto in granito.

Sempre in granito sono i cornicioni decorati in stile neogotico. Nella facciata rivolta ad Est fanno bella mostra le finestre con archi in legno a sesto acuto, chiaramente di stile germanico come tutto l’insieme. I lavori di costruzione del palazzo furono avviati nel 1870.

L’anno successivo prendono avvio i lavori di costruzione della ferrovia, portata a termine nel 1874, che doveva essere utilizzata per il trasporto del minerale da Naracauli a Piscinas, dove veniva imbarcato per essere trasportato a Carloforte. Nello stesso anno veniva autorizzata la costruzione della laveria Bau.

In quegli anni, gli impianti venivano resi più efficienti con nuove attrezzature per l’estrazione dei minerali, come la macchina a colonna d’acqua nel Pozzo Ingutosu, nel 1875.

Dal 1883 una Cassa di Soccorso era amministrata da un Consiglio di direzione e da rappresentanti del personale: assegnava sussidi agli operai ammalati ed alle vedove. Quando questa Cassa cessò di funzionare per mancanza di fondi, la Società della miniere continuò l’opera di assistenza sanitaria e d’assicurazione a proprie spese. Sempre a spese della Società, nel 1889, il piccolo villaggio viene dotato di una scuola elementare.

Con le ricerche minerarie del 1898 si scoprirono nuovi filoni ma per il loro sfruttamento servivano risorse economiche e tecniche che la Società francese non aveva. Le miniere vengono quindi acquistate dalla famiglia Brassey di Londra. Presidente della nuova Società denominata “Pertusola Mining Limited Company”, con sede a Londra, era Lord Thomas Alnutt Brassey, amministratore delegato era il Cav. Adriano Peloggio, ingegnere capo G. B. Lambert e direttore locale l’Ing. Edoardo Sanna. Con la nuova Società si ha una svolta decisiva nella gestione delle miniere, l’ammodernamento degli impianti e la costruzione della laveria meccanica inaugurata il 17 ottobre del 1900 alla presenza di oltre 1500 minatori.

Quest’impianto prenderà il nome di “laveria Brassey”. Nello stesso anno il Comune di Arbus concede un sussidio per istituire una scuola a Gennamari e l’anno successivo prendono inizio i lavori di costruzione del nuovo ospedale. Si aprono anche due nuovi pozzi: il pozzo Lambert e il pozzo S. Giorgio.

Si costruiscono nuovi alloggi per gli operai e bellissime ville  per i dirigenti, come villa Ginestra (conosciuta anche col nome di villa Idina), nel 1907, dove risiedeva per alcuni periodi dell’anno il presidente Lord Thomas Alnutt Brassey con la consorte Lady Idina.

Con la prima guerra mondiale le miniere si trovano in difficoltà, per i richiami sotto le armi che privano gli impianti del personale più valido, per la scarsità di esplosivo e per l’andamento sfavorevole del mercato.

Gli operai accettano spontaneamente una riduzione dei salari e l’intensificazione dei lavori nei cantieri del piombo, che in quel periodo si poteva vendere a prezzi vantaggiosi. Nel 1916  riprendono i lavori nei cantieri della blenda, che erano stati sospesi nel 1914 per la crisi del mercato dello zinco.

Il 12 novembre 1919, a seguito di un incidente stradale, Lord Brassey muore in Inghilterra. L’anno successivo la miniera viene venduta dal gruppo Brassey al gruppo Pennaroya.

Il 1920 è caratterizzato dalla crisi sociale e dal malessere della classe operaia, i lavori vengono continuamente interrotti da scioperi. Nonostante gli effetti negativi, nel 1921 iniziano i lavori di Pozzo Gal. La massa operaia è sempre più intollerante, manca di disciplina e il rendimento è scarso. Anche a causa della crisi del mercato dei metalli e del rialzo dei prezzi delle materie prime il direttore Ing. Castellan, il 14 marzo, chiude tutti i cantieri, che dopo alcuni mesi verranno gradualmente riaperti.

Con lo scoppio della seconda guerra mondiale si rivive la stessa situazione di crisi dovuta ai richiami alle armi e alle difficoltà nel reperimento delle materie prime e per le difficoltà dei trasporti marittimi. Le attività produttive vennero progressivamente ridotte fino ad arrivare alla sola manutenzione degli impianti.

Con la cessazione della guerra vi è una ripresa nel 1947 dell’attività estrattiva, e si da inizio allo scavo di un nuovo pozzo denominato Pozzo 92.

Alla fine degli anni 50 e l’inizio degli anni 60 la produzione diminuisce  per i bassi costi dei metalli sul mercato e per gli alti costi di gestione.

Inizia il declino della miniera che terminerà nel 1968 con la sua chiusura totale e definitiva.

 

[1] “Un prete di Guspini faceva scavare clandestinamente della galena, fondendola sul posto e facendo credere ai suoi compaesani ch’egli si recava spesso ad Ingurtosu per raccomandare le anime dei defunti, d’onde ebbe l’origine il nome Valle delle Anime. I lavori più antichi erano invece praticati nelle valli di Sa Spina e Casargiu.” (di questo fatto non si ha nessuna testimonianza storica) – Cfr. Edoardo Sanna, Le Miniere di Gennamari – Ingurtosu nell’Isola di Sardegna, Tip. e Lit. Meloni–Aitelli, Cagliari 1913

[2] Nel cimitero di Arbus in un cippo funerario si legge: Luigi Ross ingegnere nato in Olanda morto nella miniera di Gennamari il 25 aprile 1878 all’età di 29 anni.

 

[3] Un impiegato descrive così il minatore al termine del turno di lavoro: “Veniva su dal pozzo dopo il turno di notte della perforazione, e pareva un morto risuscitato. L’elmetto gli andava di traverso, era intriso di sudore e di fango, e aveva sempre tanta sete. Si buttava vicino alla fontanina prossima alla bocca del pozzo e restava molto tempo ad ansimare, a bere. Pareva avesse esaurito tutte le sue forze e che non si sarebbe più mosso di lì. Invece aveva ancora molte cose da fare. Doveva camminar molto prima di giungere a casa, e arrivato che fosse c’era da andare a far la legna per il fuoco ………….”.

Loris Lenzi, l’uomo e la nuvola, Ed. d’arte galleria Guelfi 1975.

[4] Nel 1904 fu proclamato uno sciopero. I minatori chiedevano aumenti salariali; compensi straordinari per lavori particolarmente pericolosi; l’abolizione dell’obbligo di prestazioni oltre le normali ore lavorative; la fornitura gratuita dell’olio per l’illuminazione delle gallerie; distribuzione gratuita dell’acqua potabile nelle officine ecc,; il ribasso dei prezzi dei generi di prima necessità; la libertà di non rifornirsi nelle cantine della Società e la possibilità di raccogliere legna dai boschi.

Si chiedeva inoltre che gli impiegati non perseguitassero i lavoratori iscritti alle leghe; che gli operai licenziati fossero riammessi al lavoro; il diritto di riunirsi in miniera, ecc.. Cfr Raffaele Callia, Gianpiero Carta, Martino Contu, Maria Grazia Cugusi, Storia del movimento sindacale nella Sardegna meridionale, AM&D Edizioni, Cagliari 2002

[5] “Le cronache e numerosi scritti dicono che a scoprire questa miniera fu nel 1829 un fabbro di Arbus.  Tralasciando l’episodio del quale non siamo riusciti a trovare alcuna prova, possiamo ritenere che le imponenti masse mineralizzate in galena e argento non siano sfuggite ad antichi coltivatori”. Cfr. Mezzolani Sandro, Simoncini Andrea,  Paesaggi e architetture delle miniere, vol. XIII pag. 117, Editrice Fotografico Sardo, Cagliari 1993

[6] Lo sviluppo delle gallerie orizzontali nel 1869, grazie al metodo tedesco, raggiungeva la lunghezza totale di 5.500 mt., mentre la massima profondità era di 160 mt.. Si produceva una media semestrale di 690 ton. di galena. La laveria occupava 146 operai di cui più della metà erano donne e ragazzi.

 

 
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